A causa della crisi del Golfo Persico da settimane i prezzi dell’alluminio al LME veleggiano attorno ai 3600 dollari a tonnellata. L’Europa appare particolarmente vulnerabile perché importa circa l’80% dell’alluminio. La crisi coinvolge numerosi comparti industriali: automotive, edilizia, serramenti, packaging, aerospazio ed energia. La banca americana J.P. Morgan stima che i prezzi potrebbero salire ulteriormente, raggiungendo i 4.000 dollari a tonnellata
La situazione nel Golfo Persico rimane tesissima con ripercussioni pesanti su petrolio, gas, fertilizzanti, prodotti agricoli, metalli e in particolare sui prezzi dell’alluminio che rimangono ondeggianti attorno a quota 3600 dollari/tonnellata.

Il blocco dello stretto di Hormuz ha interrotto i flussi commerciali di numerose materie prime tra cui per l ‘appunto l’alluminio. Prima della crisi le forniture provenienti dai Paesi del Golfo rappresentavano il 9% dell’offerta globale e quasi il 25% delle forniture non cinesi. Per di più gli attacchi iraniani ai due grandi smelter di EGA e di ALBA, vedi news, hanno messo in crisi una produzione annua di circa 7 milioni di tonnellate di metallo. A complicare la situazione c’è l’ottimo andamento della produzione manufatturiera in Cina che assorbe in maniera sostenuta tutte le materie prime.

Uno sguardo da “Le Monde”
L’autorevole quotidiano francese ha dedicato ieri uno speciale alle ripercussioni della guerra in Medio Oriente sull’andamento delle materie prime con un focus sui prezzi dell’alluminio. Nel servizio curato da Bastien Bonnefous si rileva che la Banca Mondiale prevede un aumento medio dei prezzi del 16% per petrolio, gas, fertilizzanti, prodotti agricoli, metalli entro il 2026. Un aumento dovuto in gran parte all’impennata dei prezzi dell’energia causata dalla guerra in Iran.
Le previsioni sui prezzi dell’alluminio
Il prezzo dell’alluminio è aumentato del 25% in sei mesi, passando da 2.800 dollari (2.400 euro) a tonnellata nel dicembre 2025 a quasi 3.600 dollari (3.100 euro) nel maggio 2026 sul mercato londinese, il livello più alto dal marzo 2022, in seguito all’inizio della guerra in Ucraina. La banca americana J.P. Morgan, secondo “Le Monde”, stima che i prezzi potrebbero salire ulteriormente, raggiungendo i 4.000 dollari a tonnellata, a causa del rischio di carenza di offerta. Il che aprirebbe un scenario devastante per molti settori industriali.
Europa fragile
Poche settimane di conflitto in Medio Oriente sono bastate a sconvolgere le catene di approvvigionamento globali e a rivelare una realtà preoccupante: produzione concentrata e rotte logistiche vulnerabili. L’Europa è particolarmente esposta, importando l’80% dell’alluminio che consuma a livello locale. L’Europa ha delocalizzato la sua produzione primaria di alluminio in Cina per ragioni finanziarie, energetiche e ambientali. Oggi la Cina rappresenta il 60% della produzione mondiale e il paese asiatico è meno colpito dalla crisi perché la sua sovraccapacità produttiva gli consente di soddisfare la crescente domanda di alluminio.
Sovraccarico di costi per l’industria europea
Lo sottolinea Mario Conserva, segretario generale di Face, Federazione europea dei consumatori di alluminio. In una nota afferma: “Con le quotazioni dell’alluminio al London Metal Exchange (LME) che hanno raggiunto i 3.600 euro e vedono avvicinarsi quota 4.000, il sovraccarico di costi per l’industria europea rischia di esplodere fino a 1,8 miliardi di euro l’anno”. Da tempo Face denuncia l’esistenza da decenni di un dazio all’import su una materia prima che non produciamo più in UE come l’alluminio grezzo. il che è già di per sé un elemento distorsivo e di pesante svantaggio competitivo per il sistema industriale a valle del metallo leggero.
Ennio Braicovich
Grafici da tradingeconomics





