Per la serie Pillole di vetro il tecnologo del vetro Elvio Tessiore, autore del bel libro “Il vetro in edilizia”, ci racconta con competenza e passione la storia della nascita del vetro float. Un evento di pochi decenni fa che ha cambiato i mondi dell’architettura, dell’edilizia, del vetro delle facciate e dei serramenti

In Inglese il termine ‘Float’ significa galleggiante, flottante. E quindi, perché il vetro che comunemente utilizziamo, opportunamente trasformato, per tutti, nessuno escluso, gli impieghi in Edilizia si chiama ‘Float’? Su cosa galleggia il Vetro? Fu Alastair Pilkington, (1920-1995) ingegnere inglese, padre del vetro moderno che grazie ed una folgorante intuizione, pensò, progettò, perfezionò ed infine regalò al mondo, il procedimento Float, per la produzione di lastre di vetro piano.
Il vetro fino al 1962
Fino ad allora il materiale vetro era profondamente diverso dal materiale a cui siamo abituati oggi. La più avanzata tecnica di produzione prima degli anni ’60 fu quella del ‘vetro tirato’. Forno a pozzo; tiraggio della lastra in verticale o orizzontale a seconda del sistema; rullaggio della lastra; deformazioni inevitabili; costi di produzione altissimi; quantità di prodotto assolutamente insufficiente.
L’ing. Pilkington e il vetro
Pilkington aveva da poco compiuto i 30 anni quando nel 1953 fu assunto da una vetreria di produzione lastre in vetro tirato. In quegli anni inglesi, tedeschi ed americani facevano a gara nel trovare un sistema innovativo di produzione che assecondasse le richieste del mercato edile ed automobilistico, affamato di vetro. Ed anche a lui, giovane promettente e brillante direttore di produzione della vetreria, la proprietà assegno quel compito.
L’ingegnere in cucina
Ci piace immaginarlo immerso nei suoi pensieri, quando quella sera: ”Ally, please, ho finito di sparecchiare, ti spiace lavare i piatti, darling?” Patricia Nicholls Helliot, sua moglie, lady della borghesia inglese, aveva da subito stabilito delle ferree regole di management familiare. Lei coltivava le rose in giardino, lui tagliava l’erba; lei preparava i pasti, lui lavava i piatti. E fu proprio questa umile incombenza che diede il via ad una delle più grandi rivoluzioni industriali del secolo.
I piatti nell’acqua insaponata
L’immersione di una stoviglia, un piatto di ceramica nell’acqua saponata, gli fece accendere tutte le lampadine! Visto che la stoviglia non affondò subito ma rimase a galleggiare per qualche istante tra le bolle di sapone, immaginò che si potesse fare galleggiare la lastra di vetro nascente su un liquido più pesante, che poi risulterà essere lo stagno fuso, in modo che per contatto la superficie del vetro sarebbe stata scevra da deformazioni. E fu il Float.
Il primo forno float

Furono sette anni di studio, prove spesso fallimentari, di problemi apparentemente insormontabili, di tracolli economici, di feroce e caparbia ostinazione, che portarono nel 1962, all’inaugurazione del primo forno Float ed all’avvio della produzione di vetro piano di qualità e quantità mai vista fino ad allora, di prezzo di molto inferiore. Innovazione tanto sorprendente quanto inarrestabile: già nel 1970, si produceva a livello mondiale, il 97% del vetro piano con questo sistema ed oggi la produzione di vetro ‘tirato’ ci appare come un procedimento medievale. Ma perché tutto questo dispendio di energie per arrivare ad un nuovo sistema di produzione? La risposta si trova facilmente osservando i vetri delle finestre più datate in ogni nostro centro storico. Distorsioni, seppur evocative e per certi versi affascinanti di un vetro che non poteva essere migliore e costi del materiale, fino ad allora altissimi ed appannaggio di pochi, che da allora si sono abbattuti vertiginosamente.
Il vetro float sullo stagno fuso
Quindi si, il vetro moderno galleggia come un nastro di lunghezza infinita su un letto di stagno fuso dello spessore di 7 mm, lungo circa 60 m ed alla temperatura di 1000°C, all’interno del forno Float, mostro di circa 600 m di lunghezza che nella parte dedicata alla fusione delle materie prime arriva a 1550°C.Altrettanto incredibile è come sia possibile variare lo spessore delle lastre da 2 a 19 mm all’interno del forno in condizioni così estreme. Queste ed altre innumerevoli informazioni sul forno Float, sono reperibili nel libro di mia pubblicazione.
Elvio Tessiore, Glassconsulting
Foto in alto: l’interno di un forno per la produzione di vetro float doc. Pilkington
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